mercoledì 30 marzo 2016

IL RICCO E IL POVERO LAZZARO

Lectio divina su Lc 16,19-31


Invocare
Signore Gesù, ti ringraziamo per il dono della Parola per capire meglio la volontà del Padre. Fa' che il tuo Spirito illumini questo cammino interiore e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola suggerirà ai nostri cuori. Fa' che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.  

Leggere
19 C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni gior­no si dava a lauti banchetti. 20 Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22 Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando negli inferi fra i tormenti, al­zò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma". 25 Ma Abramo rispo­se: "Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26 Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi". 27 E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, per­ché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". 29 Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". 30 E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qual­cuno andrà da loro, si convertiranno". 31 Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Pro­feti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"».

Silenzio meditativo: Loda il Signore anima mia

Passi utili alla meditazione
Gc 2,5-12; 5,1-5; Is 58,6-7; Lc 12,16-21; 14,13.21; 16,1-9.23-24; 18,24-25; At 2,42-48; 4,32-5,11; Gb 21,11-15; 22,18; Sal 17,14; 34, 19; 37,35-36; 49,11; 73,3-7.12-19; Ez 16,13.49; 27,7; Am 6-4-6; Ap 17,4; 18,7-16; Lam 1,7; Dan 5,22-23; Mc 9,46.

Capire
Con questa domenica terminiamo la lettura del capitolo 16, dedicato al problema dell’uso della ricchezza. Gesù sta parlando agli amanti del denaro. Si tratta di un racconto per esempi, che diventa poi un racconto di insegnamento.
Il racconto ha dei paralleli significativi in un racconto egiziano e nella tradizione rabbinica. Al v. 14 Lc segnala che “i farisei, che erano attaccati al denaro (philárgyroi: amanti del denaro), ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui”. “Essi, rappresentati dal ricco, protagonista di questa parabola, si ritengono giusti perché osservano per filo e per segno tutto le regole della legge” (Santi Grasso), tuttavia non si prendono cura dei poveri e questo motiva la loro condanna. Gesù aveva sollecitato ad invitare a tavola i poveri e i derelitti (Lc 14,13.21).
La parabola si presenta come l’antitesi di quella dell’amministratore astuto (Lc 16,1-9). Per Luca la ricchezza porta all’indifferenza verso le esigenze di Dio e di conseguenza verso chi sta nel bisogno. La parabola non intende descrivere l’aldilà né lo stato intermedio tra la morte e l’ultimo giudizio e neppure affermare l’esistenza o meno del purgatorio. Vuole piuttosto dire che il destino di ognuno si gioca interamente in questa vita terrena.
L’insegnamento globale corrisponde bene al pensiero dell’evangelista sulla ricchezza e chi la possiede: l’indifferenza alle esigenze di Dio, e la conseguente indifferenza per chi sta nel bisogno. Le sofferenze del ricco nell’Ade lo puniscono non per la sua ricchezza come tale, ma perché, sordo all’insegnamento di Mosè e dei Profeti, non ha capito l’urgenza della conversione. Interamente occupato dai piaceri dell’esistenza, ha dimenticato la vita futura, ha trascurato il povero che era alla sua porta, ha misconosciuto Dio.

Meditare
v. 19: C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni gior­no si dava a lauti banchetti. 
La parabola comincia come quella dell’amministratore infedele: C’era un uomo ricco. Il vestito, di colore regale (1 Mac 8,14),  è segno di ricchezza. In Gen 20,31 è il regalo che il re d’Egitto fa a Sara. Il banchetto quotidiano (euphrainómenos significa facente festa) è diventato il suo ideale di vita. Infatti, questo ricco può dire di sé ciò che Gesù pone sulla bocca del proprietario di campi di frumento, quando questi andava sognando il suo avvenire: “riposati, mangia, bevi e goditela” (12,19). La moralità del comportamento non viene presa in considerazione: non si parla né di disonestà, né di dissolutezza.
Anche quest’uomo ricco Luca lo presenta senza nome, quasi a mettere il nostro di nome in particolare, quasi a ricordare i nome degli operatori di iniquità (cfr. Mt 7,27; 10,32). Non è detto che il ricco fosse ateo dichiarato, ma l’unica sua preoccupazione era se stesso.
v. 20: Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe
È la figura opposta al ricco in modo contrastante. Questo povero mendicante ha qui un nome: Lazzaro, forma greca del nome ebraico/aramaico Eleazar, che significa colui che Dio soccorre, oppure Dio aiuta.
Difficilmente il lettore greco poteva cogliere questo significato. Il fatto di avere un nome suggeriva piuttosto che il povero aveva un’identità presso Dio.
Lazzaro giaceva (il verbo ballein, gettare, dà proprio l’idea di un corpo gettato a terra e che a terra giace) presso il portone della casa del ricco: è il posto del mendicante impotente, come la tavola è il posto del ricco. Non serve indagare se egli fosse paralizzato e quale malattia della pelle avesse. Lazzaro ricorda Giobbe (Gb 2,7).
Lazzaro non è solo un povero, ma di uno di quei poveri che attendono la loro consolazione da Dio, il difensore dei poveri, appartiene alla categoria di persone che Gesù proclama beate.
v. 21: bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 
Lazzaro è affamato e non ha di che sfamarsi. Luca riprende l’espressione usata per il figliol prodigo (Lc 15,16). Ciò-che-cadeva: “non si tratta probabilmente dei resti del pasto, me delle molliche per pulirsi le mani tra un piatto e un altro (non si usavano posate)” . Lazzaro non poteva neanche servirsi di questi pezzi di pane che venivano gettati sotto la tavola e mangiati dai cani. La parabola non dice che questi pezzi erano rifiutati a Lazzaro.
Anche nella descrizione del povero manca ogni accenno alla sua moralità: la pazienza nelle prove, la fiducia in Dio... egli rappresenta la povertà in tutto il suo orrore e niente più.
Per una certa mentalità l’indifferenza del ricco è giudicata normale: la situazione di contrasto tra i due personaggi corrisponde a un certo ordine della giustizia divina che dà abbondanza al pio e miseria al peccatore. Ma già Giobbe gridava contro questa visione.
v. 22: Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 
Qui abbiamo il peso della parabola. Al momento della morte la situazione è rovesciata; si verifica per il povero e per il ricco quanto proclamato in Lc 6,20.24; 18,14. Sia per il ricco che per il povero viene usato il medesimo verbo: morì. La morte li rende tutti e due uguali. L’unica cosa che si nota è che il ricco viene sepolto, mentre il povero fu condotto accanto ad Abramo.
La rappresentazione del defunto scortato dagli angeli non esiste nel giudaismo prima del 150 d.C. Luca sembra anticipare la funzione escatologica degli angeli di radunare gli eletti al momento della morte individuale.
Anche l’espressione “nel seno di Abramo” è sconosciuta nel giudaismo precristiano e il suo significato preciso non è sicuro. Essa può provenire dalla formula biblica “andare presso i padri” (Gen 15,15; 47,30; Dt 31,16: ecc.),  con un’allusione adesso al banchetto celeste, nel senso di: ricevere il posto d’onore vicino ad Abramo in tale banchetto (cfr. Lc 13,28; Mt 8,11; Gv 13,23).
Del ricco è detto che è semplicemente sepolto, ethapê. Ethapê è ancora un privilegio del ricco, ma suona sinistro dopo una vita di piaceri.
Adesso la condizione del ricco nell’Ade è descritta con più dettagli rispetto a quella del povero.
Le immagini dell’oltretomba presenti in questi versetti sono nel contempo familiari e singolari nel giudaismo. Il concetto di Ade si evolve: da soggiorno di morte per tutti gli uomini diventa l’inferno come luogo di tormenti. La credenza in una diversa sorte dei buoni e dei cattivi conduce alla loro separazione in spazi distinti. Questa situazione è presupposta nella parabola, come pure il destino definitivo per ognuno dopo la morte; non si parla né di risurrezione né di ultimo giudizio.
v. 23: Stando negli inferi fra i tormenti, al­zò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 
Il ricco si trova nei tormenti, nel soggiorno dei morti: come luogo di tormento l’Ade sembra identificarsi con la Geenna (luogo di Gerusalemme in cui si bruciavano i rifiuti). Abramo si trova anche lui nell’Ade, ma in un compartimento separato, oppure forse in un altro luogo che non è più lo sheol. Non si può sapere con certezza: le rappresentazioni giudaiche dell’aldilà non sono uniformi. Il ricco si trova comunque in un luogo di tormenti, ma può vedere Abramo a distanza e con lui Lazzaro. La rappresentazione è semplicistica, serve a dimostrare la condizione rovesciata tra il ricco e il povero, a rendere possibile e a preparare la scena successiva del dialogo.
v. 24: Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma". 
Inizia il dialogo. Le parole del ricco sono una pura supplica: egli grida, chiede pietà, fa appello alla sua discendenza carnale con Abramo (lo chiama padre), ma l’essere della sua stirpe non giova a nulla  (cfr. Lc 3,8; Gv 8,39). Desidera una sola goccia d’acqua, afferma di essere tormentato nel fuoco. Tutto serve a sottolineare i tormenti del ricco, e quindi ad accentuare il contrasto tra la vita di festa condotta sulla terra e il rovesciamento di situazione nell’Ade. Anche per questo il ricco non chiede l’intervento diretto di Abramo in suo favore (né contesta la sua sorte), ma chiede l’aiuto di Lazzaro: i due personaggi della parabola devono incontrarsi anche dopo la morte, ora però in una posizione rovesciata rispetto a quella avuta sulla terra. Ora è Lazzaro a essere a capotavola.
v. 25: Ma Abramo rispo­se: Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 
Si legge chiaramente qui l’intervento di Luca. È la conclusione della prima parte del racconto. Questo versetto può essere considerato l’applicazione del “guai” di Lc 6,24).
Abramo chiama il ricco “figlio”, lo riconosce come membro della sua discendenza: ma questo privilegio non serve a cambiarne la sorte eterna. Questa sorte è formulata secondo la dottrina della retribuzione in senso stretto, come nelle beatitudini e nei “guai” di Lc 6,20ss: chi è ricco in questa vita viene tormentato nell’altra, e viceversa.
Presa in sé l’affermazione di un tale rovesciamento automatico è piuttosto grossolana. Sembra poco evangelico! Il versetto costata l’accaduto, afferma il rovesciamento di situazione, ma non spiega.
Abramo non solo lo chiama figlio, ma lo invita al ricordo quasi a riprendere la Scrittura: “Ricordati del Signore tuo Dio” (Dt 8,18). “Ricordati di quello che il Signore tuo Dio fece…” (Dt 7,18). Nella Bibbia il ricordo di Dio e il ricordo dell’uomo s’intrecciano e costituiscono una componente fondamentale della vita del popolo di Dio. Non si tratta, però, della pura commemorazione di un passato ormai estinto, bensì di uno zikkarôn, cioè un “memoriale”. Questo non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma la proclamazione delle meraviglie che Dio ha compiuto per gli uomini.
Al lettore deve servire da avvertimento, ricordargli le beatitudini. comunque, il versetto indica quale secondo Dio è la fine che faranno necessariamente i ricchi senza occhi né cuore per i propri simili, i quali conducono una vita di stenti.
v. 26: Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi". 
Tra i morti giusti e quelli empi la comunicazione non è più possibile e quindi la sorte del ricco è irreversibile: Lazzaro non può più aiutarlo. Questa verità è resa con l’immagine del “grande abisso” fissato da Dio come limite invalicabile in un senso e nell’altro. Questo apre al resto del dialogo.
vv. 27-28: E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, per­ché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". 
Con questa seconda parte il racconto cambia direzione. Di nuovo il ricco si rivolge ad Abramo chiamandolo padre, ma per sollecitare l’invio di Lazzaro presso i fratelli ancora vivi a casa del padre. Non è il caso di commuoversi per il disinteresse di un dannato per la propria persona e la preoccupazione per gli altri: fa parte della tecnica narrativa per riportare il discorso sulla terra e introdurre l’argomento dei fratelli. Lo scopo della nuova missione di Lazzaro sarebbe quello di testimoniare per evitare ai fratelli una sorte simile a quella del ricco.
v. 29: Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". 
Questo versetto costituisce il fulcro della parabola. Il ricco subisce un secondo rifiuto. Positivamente viene affermata la permanente validità della Legge, come già nei vv. 16-18 che precedono e che influiscono ora sulla comprensione della parabola dandole i tratti cristiani che le mancano se considerata in sé: Mosè e i profeti devono essere ascoltati alla luce delle esigenze del Regno rivelate da Gesù.
In Mosè e nei profeti, che è quanto dire nelle Sacre Scritture, Dio ci ha dato la sua parola, la quale mira ad ammonirci, illuminarci e farci da guida (2Pt 1,19), affinché non abbiamo a finire nel luogo di tormento. La Scrittura contiene l’insegnamento necessario e sufficiente per conoscere la volontà di Dio e quindi per entrare nel “seno di Abramo”. Gesù è il compimento dell’Antico testamento (Cfr. Lc 24,27.44).
vv. 30-31: E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qual­cuno andrà da loro, si convertiranno". 
Quante volte anche noi come il ricco usiamo quel “ma se…”: è la tentazione di pensare che un miracolo sia più conveniente dell’ascolto della Parola di Dio. Qui abbiamo ancora un netto rifiuto della Parola, ma l’evangelista ama ricordare ai suoi lettori il verbo “convertire” e l’allusione alla resurrezione di Gesù (o anche alla risurrezione di Lazzaro, che non ha avuto effetto di conversione presso molti Giudei testimoni del miracolo?). Anche in Mt 12,39s. i dottori della legge e i farisei chiedono un segno, un miracolo, ma nessun segno è stato dato loro se non quello di Giona.
Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Pro­feti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti". 
Abramo riprende i termini dei vv. 29-30 per formulare l’ultimo rifiuto. Il ricco deve imparare a dirottare la propria vita costruendola sul cuore di Dio facendo la sua volontà. Frutto genuino di questa conversione è la pratica dell’amore del prossimo (3,10s; Is 58,6s.).
L’allusione alla risurrezione (di Gesù) si fa ancora più esplicita nell’espressione “alzarsi, risorgere dai morti”.
Il messaggio è chiaro: i miracoli possono impressionare ma non necessariamente convertire. La conversione implica l’apertura del cuore a Dio, l’attenzione a scoprire la Sua presenza nella Sua parola: il bisogno di segni straordinari è superfluo. Per Luca, quest’ultima parte della parabola costituisce anche una risposta alla domanda su come evitare il destino del ricco: convertirsi! Aprirsi a Dio che parla nella Scrittura e obbedire al suo insegnamento.

La Parola illumina la vita
Come considero le mie ricchezze? Per cosa spendo i miei soldi?
Qual è il mio atteggiamento verso i poveri che bussano alla mia porta? Mi sono mai impegnato per alleviare le loro sofferenze?
Cosa significa per me “ascoltare Mosè e i Profeti”? Ci sono persone che come il ricco della parabola, attende miracoli per poter credere in Dio. Ma Dio chiede di credere in Mosè e nei profeti. Ed io, verso che lato tende il mio cuore: verso il miracolo o verso la Parola di Dio?
Quale è la mia idea di aldilà?

Pregare
Signore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà sul tuo santo monte?
Colui che cammina senza colpa,
agisce con giustizia e parla lealmente,
non dice calunnia con la lingua,
non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulto al suo vicino.

Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,
ma onora chi teme il Signore.

Anche se giura a suo danno, non cambia;
presta denaro senza fare usura,
e non accetta doni contro l'innocente.

Colui che agisce in questo modo
resterà saldo per sempre. (Sal 15).

Contemplare-agire
Lasciamo che la Parola illumini la nostra vita. Accogliamo anche noi quest’ammonimento da vivere nella vita: Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero! … Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio. (Gc 2,5-6.12).

martedì 8 marzo 2016

IL PADRE MISERICORDIOSO (Il Figliol prodigo)

Lc 15,11-32


Invocare
Spirito di verità, inviatoci da Gesù per guidarci alla verità tutta intera, apri la nostra mente all'intelligenza delle Scritture. Fa’ che possiamo leggere la tua Parola liberi dai pregiudizi, perché possiamo meditare il tuo annuncio nella sua integrità e non selettivamente. Fa’ che impariamo ad ascoltare con cuore buono e perfetto la Parola che Dio ci rivolge nella vita e nella Scrittura, per custodirla e produrre frutto con la nostra perseveranza nella vita di ogni giorno con i tuoi stessi sentimenti e la tua stessa misericordia. Tu che vivi con il Padre e ci doni l’Amore. Amen.

Leggere
11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13 Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17 Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20 Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22 Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. 23 Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27 Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28 Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29 Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31 Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»».

Silenzio meditativo: Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Capire
Il capitolo 15 di Luca è un canto di gioia che celebra la felicità di chi ha ritrovato ciò che aveva smarrito. Allo stesso modo, il ritorno alla comunità di un fratello che si «converte» è festa di tutta la chiesa. E ancor più quale sarà la gioia del Padre per il ritorno di noi, suoi figli?
La struttura di Lc 15 è semplice. Dopo l'introduzione (vv. 1-3), le due brevi parabole del pastore che ritrova la sua pecora (vv. 4-7) e della massaia che ritrova la sua dramma (vv. 8-10) sono perfettamente simmetriche e inseparabili l'una dall'altra. La terza parabola, molto più sviluppata (vv. 11-32), illustra l'insegnamento delle parabole precedenti: è la storia di un padre che ritrova suo figlio; e questa viene introdotta semplicemente con "Disse poi”.
Inoltre tutto il capitolo è guidato come da un filo conduttore dai verbi "perdere-perduto"', "ritrovare-ritrovato"; " rallegrarsi-far festa". Sono ripetuti rispettivamente sei - sette volte.
I vv. 7 e 10 con un efficace "Così vi dico..." dichiarano il messaggio delle due parabole: la gioia del pastore e della massaia sono pallido simbolo della gioia che "ci sarà in cielo" (v. 7), "davanti agli angeli di Dio" (v. 10) "per un solo peccatore che si converte" (id.)».
La nostra pericope evangelica (che volgarmente conosciamo come la parabola del figlio prodigo), in Luca non assume il tono di un'esortazione, ma è contenuto dietro un'apologia, per presentare la misericordia di Dio verso i peccatori. Essa è un valore che possiamo capire solo se siamo sedotti dall'agire di Dio, sedotti dal comportamento del cuore di Dio.
Con questo brano evangelico, Gesù definisce i lineamenti autentici di Dio: la paternità e maternità di Dio. Ecco delineata in questa frase tutta la nostra spiritualità di cristiani, l’essenza del nostro essere "figli di Dio" (Gv 1,12).
Con questa parabola, attraverso la Parola del Figlio conosciamo il Padre. E in definitiva è proprio questa la missione del Figlio, far conoscere il Padre. Questa è la vita eterna: “che conoscano te, l'unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).

Meditare
v. 11: Disse ancora: «Un uomo aveva due figli.
La parabola inizia con tre personaggi: un uomo e due figli. L’uomo qui è Dio-Amore: è padre e madre messo insieme (vedi: Rembrandt, “Il ritorno del Figliol prodigo”, dipinto del 1669). È la storia di sempre. È Dio, che nel corso della lettura si rivelerà insieme padre e madre, legge e amore. I due figli indicano la totalità degli uomini, sia peccatori che giusti, per lui siamo sempre e solo figli, perché Dio ha “compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento” (Sap 11,23).
v. 12: Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta».
C'è una giovinezza che manifesta una certa agitazione, che manifesta un atteggiamento molto frequente anche oggi, come se il Padre fosse morto. È il peccato di pretendere di essere autosufficienti.
Ed egli divise tra loro le sue sostanze.
Il Padre è in assoluto silenzio. Rimane sempre Padre. Si “annulla” di fronte alla tua scelta e divide le sue sostanze (alcune norme regolavano il diritto di successione alla morte del padre, о la spartizione dei beni mentre era ancora in vita il padre: cfr. Dt 21,17; Sir 33,20-24), non è un antagonista.
Dividere le sostanze è già un atto di misericordia pretendere tanto e per di più con i1 Padre ancora in vita, è un palese atto di ribellione, impensabile per la cultura orientale. Qui il figlio si dimostra già un “avventato” uno “scapestrato”. E la legge era molto dura nel reprimere un tale atteggiamento (cfr. Dt 21,18-21).
vv. 13-16: Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.
Questo figlio, che non sopporta la presenza del padre va in un paese lontano, cioè in un “paese pagano”. Lontano vuole dire: che non ci arrivi proprio niente di suo padre, né una notizia, né un’ombra, né un richiamo, ma in cui possa effettivamente fare quello che vuole; e lo fa in quel modo che il Vangelo dice: “vivendo da dissoluto”, fino “a trovarsi nel bisogno”.
Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.
La condizione del giovane diventa così grave al punto che è costretto a “mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione”, e “a pascolare i porci”. Il porco è un animale immondo, non viene allevato da ebrei; andare a pascolare i porci deve essere il massimo del degrado, peggio di così non poteva finire. E la parabola vuole dire questo: il figlio scende al punto più basso della sua vita
Questo vuole dire: da figlio è diventato servo; l’autonomia che lui cercava non l’ha in realtà conquistata. E questo è un tema costante della riflessione profetica: quando Israele si illude di trovare la sua libertà negli idoli, in realtà trova semplicemente la schiavitù.
In Geremia si ricorda l’esperienza di Israele così descritta: “Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Io non servirò!” (Ger 2,20a). Il “giogo”, i legami, sono evidentemente quelli della legge di Dio, quelli dell’Alleanza, quindi queste parole sono affermazioni di autonomia: “io non ho legge, io sono legge a me stesso”. “Infatti sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita” (Ger 2,22b). La libertà per Israele, l’emancipazione dai legami della legge, è essenzialmente questo: è la prostituzione della idolatria.
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.
La fame ha creato un vuoto fuori e dentro di lui. Gli fa capire che fece una scelta sbagliata. Che non è stato capace di valutare le cose. Questo è l'inizio di un cammino verso la casa del Padre. Dice un antico detto ebraico: «Quando gli israeliti hanno bisogno di mangiare carrube, è la volta che si convertono».
v. 17: Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!
Si noti, come in questo monologo, Luca non esprime grandi sentimenti di pentimento; è una conversione a sé, più che al Padre, intuisce il vero proprio interesse: “salariati...di mio padre”. Lo considera e lo chiama padre, anche se non considera sé come figlio. Instaura il paragone con i salariati. Ha ancora una falsa immagine del Padre.  
Questo ritornare in sé non è altro che l’esperienza del peccato a cui si è consegnato e che ne è diventato padrone, il proprio dio.
vv. 18-19: Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te;
Il figlio si è allontanato da casa perché pensava che suo padre fosse un tiranno; ritorna a casa con la speranza che suo padre sia un padrone, lo tratti come un padrone tratta i suoi servi.
La conversione del figlio in realtà non è una grande conversione, perché non ritorna per amore di suo padre, ma ritorna per fame, ritorna con il desiderio di saziarsi, di potere vivere in un modo meno disagiato di quello attuale. Non gli dispiace di aver fatto soffrire suo padre.
non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati».
La conversione non è un percorso facile, anzi è impossibile che l'uomo ritorni a Dio con le sue sole forze interiori; del resto, senza che noi lo desideriamo, Dio non ci converte a sé: perciò è indispensabile che il nostro desiderio e il desiderio di Dio si incontrino; poi l'amore del Padre farà il resto.
Sulla via del ritorno il giovane figlio aveva preparato mentalmente un discorso, nel quale, con atteggiamento umile, si riconosceva colpevole; forse anche noi pentiti, sulla via del ritorno a Dio, abbiamo preparato un discorso ma al Padre le nostre parole non interessano: come nella parabola, egli ha fretta di far festa, ha fretta di tenerci stretti nel suo abbraccio e di riconoscersi nel nostro volto, un volto di figlio che ha i tratti del volto del Padre.
v. 20: Si alzò e tornò da suo padre.
Se fin d'ora abbiamo parlato del figlio adesso subentra il padre in una scena travolgente. Il padre qui è ben altro, non aspetta al varco l’indegno per rinfacciarli una colpa senza scuse, previene ogni suo atto di pentimento. Per capire, l'evangelista usa per noi dei verbi: i verbi dell'amore.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide
Per quanto lontano il Padre lo vede sempre; nessuna oscurità e tenebre può sottrarlo alla sua vista (Sal 139,11). L’occhio è l’organo del cuore: gli porta l’oggetto del suo desiderio. Lo sguardo di Dio verso il peccatore è tenero e benevolo come quello di una madre verso il figlio malato (cfr. Is 49,14-16; Ger 31,20; Sal 27,10; Os 11,8).
ebbe compassione
La compassione è il verbo che definisce la figura del padre. In lui “gli si sono mosse dentro le viscere”. Letteralmente “fu colpito alle viscere”. L'evangelista Luca attribuisce a questo padre i sentimenti di una madre, e si collega cosi alla tradizione biblica, dove Dio ha sovente atteggiamenti materni verso Israele.
In questo verbo abbiamo l'aspetto materno della paternità di Dio. È la qualità di quel Dio che è misericordia. In Lc 6,36 Dio ci è presentato come “padre misericordioso”, cioè insieme come padre e come madre (Luca usa l'aggettivo “oiktìrmon” che traduce l'ebraico “rahamin”, che indica il ventre, l'utero).
gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
C'è una corsa del padre che termina in uno slancio che lo fa letteralmente “cadere addosso” al figlio. Anche Giuseppe, venduto come schiavo dai fratelli, si getta sul collo di Israele (Gen 46,29). Questo gettarsi al collo interrompe l'idea del figlio. Il padre è stanco di avere dei servi invece che dei figli. Almeno il lontano che torna gli sia figlio. Il peccato dell'uomo è di essere schiavo invece che figlio di Dio. Segno di questo è il “bacio”. Segno del perdono (cfr. 2Sam 14,33).
Questi sono gesti che nell'Antico Testamento indicano il perdono e la riconciliazione il segno che la comunione d’amore che c’era prima, è stata immediatamente ristabilita.
vv. 21-23: Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio».
È un fardello che si aggiunge al fardello già esistente nella vita del figlio: essere figlio non è questione di dignità o di merito; è un dato di fatto. Il padre può essere libero nel mettere al mondo il figlio, ma nell’essere figlio non c’è libertà; non si sceglie né di nascere né da chi. Il figlio minore non ha ancora capito che il Padre è amore necessario e gratuito; pensa non avendola meritata, di rinunciare alla sua paternità.
La conversione non è diventare "degni" o almeno "migliori" per meritare la grazia di Dio; la conversione è accettare Dio come un Padre che ama gratuitamente.
Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi.
Il padre prende subito l’iniziativa: non permette al figlio di terminare la sua confessione; non dice nulla al figlio, ma l’interruzione nella dichiarazione da parte del figlio, indica che l’aspetto importante della parabola, non è la conversione più o meno sentita del figlio, ma piuttosto l’accoglienza e la misericordia del padre.
Il vestito più bello è la veste migliore, quello riservato agli invitati, che è anche l’abito liturgico della cerimonia e il vestito dei salvati. È l’immagine e la somiglianza di Dio, gloria e bellezza originale che riveste l’uomo con la sua dignità con la sua autorità (l'anello al dito) (cfr. Gen 41,42; Est 3,10; 8,2; Gc 2,2). Che gli ridona la figliolanza, gli ridona la libertà di figlio (i sandali ai piedi; lo schiavo non porta sandali).
Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa
Il sacrificio grasso (lett. di grano) immolato, che si "mangia", "facendo festa" è un'allusione all'eucarestia. Per i commentatori questo vitello di grano è l'Agnello immolato per quell'amore che è prima della fondazione del mondo (Gv 17,24).
È l’inizio dell’unica festa che si compie una volta sola per sempre, senza fine.
Questa della gioia di Dio nel perdonare è il nocciolo più originale del messaggio biblico-cristiano. Altri annunciano di Dio la potenza, altri la giustizia, altri l'ordine...: noi cristiani annunciamo che la potenza di Dio è l'amore e la misericordia, che egli sa vincere il male col bene, che Dio è amore e perdono onnipotenti.
v. 24: perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
Qui abbiamo la motivazione. È il canto alla vita del figlio ritrovato, della relazione nuova, filiale e fraterna. I termini "morte e vita" lasciano intuire che la sua gioia deriva da una relazione che si era spezzata prima e ora è reintegrata in un contesto di libertà. I verbi "perdere e ritrovare" collegano questa parabola alle altre due precedenti nelle quali si parla della pecora e della dramma perduta e poi ritrovate. Anche in queste due parabole compare l’ordine di rallegrarsi e far festa.
vv. 25-27: Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo».
Chi è il figlio maggiore? Nella Bibbia il maggiore è Israele, il primogenito di Dio, figura di ogni giusto ma anche nella vita di tutti i giorni, il figlio maggiore è colui che vive nel giusto o che crede di essere nel giusto e va in cerca dei ripari.
Questo giusto, però, non sa nulla della gioia di Dio, anzi gli è sospetta e per questo indaga minuziosamente, interroga un servo per sapere cosa sta accadendo.
vv. 28-30: Egli si indignò, e non voleva entrare.
L’indignazione del figlio maggiore, è la sua carta d’identità. Egli sipresenta diversamente dal padre, che viene descritto dalla compassione (cfr. Gio 4,3.8-9). Il suo arrabbiarsi è giustificato da un ragionamento che ha una logica stringente, ma il ragionamento suppone che il padre sia un padrone e che i figli siano dei salariati, perché questo è il discorso: “io ti servo da tanti anni (…) non ho mai avuto un capretto”.
Il figlio maggiore ha mantenuto sempre quel rapporto del “do ut des” col Padre; cioè un rapporto da salariato a datore di lavoro, ha sempre ricevuto quello che gli spettava come stipendio, ma niente di più di quello che va al di là del gratuito.
Inoltre, il figlio maggiore qui può essere visto come il rappresentante di una religiosità seria e impegnata ma di scambio, dove Dio è datore di lavoro e l’uomo solo un operaio, per cui ha diritto ad un salario corrispondente. Tutto quello che non entra in questo sistema di scambio economico e preciso, diventa incomprensibile e “non si vuole entrare” nell'amore del Padre.
Suo padre allora uscì a supplicarlo.
Il Padre esce per supplicarlo, per consolarlo. C'è un'azione del Padre che è uguale per tutti. C'è l'azione di Dio che si muove sempre per primo. Dio consolò Israele mediante i profeti, fino al Battista che “consolava ed evangelizzava” (Lc 3,18), chiamando alla conversione.
Ma egli rispose a suo padre
Paziente, quel Padre che non ha ascoltato l’umiliazione penitente del secondogenito, ascolta ora le accuse del primogenito. Il figlio maggiore, nel breve dialogo che ha col padre mostra tutto il dramma della sua chiusura. Si è fatto un’idea del padre e da questa non cambia. Non riconosce il padre come suo padre né il figlio di suo padre come suo fratello.
«Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso».
Il figlio elenca i suoi meriti - “ti servo ... non ho trasgredito” - con l’unica preoccupazione di affermare che non ha mai trasgredito alcun ordine. Non è questo il tipo di rapporto che dobbiamo avere col Padre nella ricerca egoistica del proprio io o interesse (“un capretto”).
È facile puntare il dito: “il figlio tuo”. Il primogenito rifiuta di dare il nome di «fratello» al prodigo ma non gli contesta il nome di «figlio» in rapporto al padre. Di colpo, il padre del figlio indegno non gli sembra più neppure suo padre; parla di lui come di un padrone al cui servizio lavora come schiavo: “Ecco, io ti servo da tanti anni” (come uno schiavo: douléuô. Cfr. v. 29). Se il secondogenito si augurava di divenire, a casa del padre, un servo ben pagato, il primogenito si considera come uno schiavo verso il quale il padrone non ha alcun debito di riconoscenza. La comprensione che egli ha del rapporto padre-figlio non è migliore di quella del fratello.
vv. 31-32: Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo
Il padre cerca di far entrare nella logica dell’amore e della festa colui che è rimasto sempre impigliato nell’orizzonte del puro dovere, della sola osservanza di una religione rigida che esclude qualsiasi sentimento, gioia e festa e soprattutto perdono. Lo chiama: Figlio! E gli manifesta la cosa più importante della religione: “tu hai un padre, tu sei sempre con lui, con questo padre, nel suo cuore, nelle sue attenzioni. Tu non sei uno schiavo come tu ti definisci, ma un figlio che gioisce di tutto ciò che ho e che sono come padre. Vieni, abbracciami, baciami ed entra nella festa del ritrovamento del tuo fratello, nella festa del perdono. Perché, tu hai un fratello, non sei solo e disperato; come hai un padre, una casa, un focolare attorno al quale gioire e fare festa”.
bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
Il padre non rinnega il comportamento tenuto nei confronti del secondogenito e riconferma la sua gioia. La sollecitazione all’allegria e alla festa con cui si chiude il racconto, rimanda al finale delle due parabole precedenti in cui si assicura la gioia celeste per il peccatore convertito (Lc 15, 7.10).
La Parola del Padre ci conduce a deciderci a morire ai nostri schemi mentali, alla nostra religione fatta di leggi ed entrare in una religione imperniata sull’amore per cui il padre accoglie il figlio ribelle e il figlio-schiavo. Senza condizioni, perché sono suoi figli e basta.
La parabola non rivela la reazione del figlio maggiore, non dice se è entrato o no a far festa. Volutamente Gesù lascia le cose in sospeso: ricordando che la parabola è rivolta in primo luogo a farisei e scribi, e ad ogni lettore.
A Gesù sta a cuore far intravedere ai suoi ascoltatori di ieri e di oggi, peccatori e presunti giusti, il modo con cui Dio si rapporta alle persone: ogni uomo, anche se peccatore, rimane per Dio sempre un figlio, proprio come succede nella parabola.
La parabola possiamo concluderla così: "Figlio, ritorna anche tu!". E il vangelo non dice se il figlio ascoltò la voce del padre: forse questo silenzio è giustificato dal fatto che la risposta deve essere ancora data!

La Parola illumina la vita
Sono come il figlio maggiore: invidioso dei peccatori che si convertono? Desidero o no entrare alla festa di Dio? Voglio continuare a non capire la mentalità, il cuore di Dio?
Vivo una religiosità da schiavi cioè la religiosità della paura?
Quale rapporto ho con Dio? Quello del salariato o quello della gratuita, dell'amore?
Con quale animo invoco il Padre nella preghiera che Gesù ha insegnato: con la gioia di chi è amato, sempre e comunque amato?
Sono aperto al perdono verso i miei fratelli? Riconosco solo il loro peccato o anche il fatto che Dio li ama incondizionatamente?
Vivo il perdono - soprattutto sacramentale - con il cuore pieno di gioia, "felice come una pasqua"?

Pregare
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce. (Sal 33).

Contemplare-agire
Per imparare ad essere misericordiosi e a non pretendere dagli altri, ripeti spesso e vivi oggi la Parola: “Mi indicherai il sentiero della vita” (Sal 15,11).

venerdì 4 marzo 2016

IL BUON SAMARITANO

Lectio divina su Lc 10,25-37

Invocare
Vieni, Spirito Santo, donaci di comprendere questa Parola che ascolteremo. Parla direttamente alla nostra vita, e rivelaci il progetto di amore che nutri per ciascuno.
Vieni, e apri le orecchie del nostro cuore perché ascoltando la Parola possiamo imparare ad essere davvero discepoli di Gesù, e a scegliere, senza paura, quello che il Vangelo ci chiede.
Vieni, e aiutaci a far entrare con forza questa Parola nella nostra esistenza, perché la trasformi, la renda bella, e tutti possano vedere che anche noi abbiamo incontrato il Signore Gesù che ci ha cambiato la vita. Amen.

Leggere
25 Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». 28Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai».
29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così».

Silenzio meditativo: I precetti del Signore fanno gioire il cuore

Capire
Una parabola molto conosciuta, quella del Buon Samaritano e una parola, o meglio un verbo che viene messo al centro dalla liturgia di oggi: il verbo amare. Il verbo amare unito alle due direzioni fondamentali della vita: quella verticale - amare Dio - e quella orizzontale - amare i fratelli -. Qualcuno ha scritto che queste due direzioni ci vengono continuamente richiamate dai due bracci della croce di Gesù... è lui che, con tutta intera la sua vita, ci insegna ad amare.
L’evangelista Luca racconta, all’interno di circa dieci capitoli, l’esperienza di Gesù che si dirige a Gerusalemme. Qui vivrà i giorni della sua morte e risurrezione. Gesù dunque è in viaggio e lungo il suo cammino racconta questa parabola. In particolare in Lc 9, 51 si dice che Gerusalemme è la città verso la quale Gesù «si diresse decisamente». Gesù inizia a seguire con più decisione e consapevolezza il progetto del Padre e questo chiede anche ai discepoli e a quelli che vogliono “ereditare la vita eterna”.
Il contesto più immediato è quello della missione dei 72 discepoli e del loro ritorno da Gesù (10,1-20) con il canto di lode di Gesù al Padre. All’amore del Padre che scende sulla terra (e ai prodigi che compie nella missione dei discepoli) risponde l’amore dei figli e fratelli che si innalza fino al cielo. In questo contesto si innesta la parabola del buon samaritano, sintesi del discorso della pianura: "Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso" (6,36). La misericordia non ha bisogno di un codice di leggi per manifestarsi; dipende solo dalla sensibilità delle persone in relazione alla vita, soprattutto quella dei bisognosi.
La parabola del buon samaritano “riassume una storia ed un’esperienza di amore infinito, tuttora in atto: la storia di Cristo, che per tutti noi si è fatto Samaritano misericordioso e perdonante (Gv 8,48)” (S. Cipriani).

Passi utili alla meditazione
Dt 4,1;6,4-5; 19,21; 24,17,18; Mt 9,13; 12,7; 22,40; 23,4; Sal 1,1-2; 37,21;119,112; Sap 6,18-18; Lc 6,36;14,13-14;22,26-27; 24,27; Mc 12,33; Gal 6,2; Col 3,12-13; Fil 2,5; Gv 5,6; 10,10b-11; Is 1,6; 61,1; 57,18; Ger 8,22; 30,17; Ez 16,8-9;34,16; Lc 15,5-6; 1Cor 6,11.

Meditare
v. 25: un dottore della Legge si alzò.
Il dottore della legge è un esperto di Torah e di questioni teologiche. Egli vuole interrogare Gesù sulla bontà dell'insegnamento che sta diffondendo. Gesù mostra apprezzamento nei suoi confronti, e questo è importante.
Ci possiamo fermare per capire se anche noi siamo “un dottore della legge”.
per metterlo alla prova
Luca scrive «ekpeirázō» che traduce anche il verbo “tentare”; lo stesso accade nel brano parallelo di Mt 22,34-40 (che alcuni traducono: gli domandò insidiosamente). Il richiamo immediato è a Lc 4,2, le tentazioni di Gesù nel deserto; stesso vocabolo ma chi pone le domande è il diavolo.
Per l'evangelista il dottore della legge non è in buona fede perché pur sapendo cosa fare non compie il bene, è infatti «diviso» dalla comunità. È colpevole di omissione mancando gravemente alla carità fraterna, ma è soprattutto in grave pericolo perché dove non dimora la comunione con il Signore e con i fratelli nella fede e nella carità rischia di essere spietatamente divorato dall'«avversario nostro» che: «come leone ruggente gira intorno» (cfr. 1 Pt 5,8).
«Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?».
Gesù viene riconosciuto come maestro. C’è un orientamento verso Dio, verso se stessi.
Il capire chi siamo, provoca la domanda scaturita da dubbi, ritrosie. È l'interrogativo di sempre e di ogni uomo (cf anche 18,18) che ritiene di meritare a partire dalle sue opere (cfr. preghiera del fariseo in 18,9-14). È la domanda del proprio esistere nel mondo: cosa bisogna fare per avere la vita in pienezza?
Il problema del dottore della legge è ereditare la vita, entrare nella vita. Ereditare è il verbo che normalmente viene usato per parlare del rapporto con la terra promessa, la terra nella quale si entra. Se prima ci chiedevamo se anche noi siamo un dottore della legge, adesso possiamo affermare che la parabola è rivolta ad ogni uomo, la parabola è rivolta a ciascuno di noi.
vv. 26-28: Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?».
Gesù da buon maestro non risponde alla domanda, ma stimola, con due semplici domande, il dottore della legge a riandare alle conoscenze che gli appartengono e lo contraddistinguono; lo rimanda alla legge, rimanda l’ascoltatore alla conoscenza della volontà di Dio che si manifesta nel suo comandamento. Essa contiene gli elementi sufficienti per poter sciogliere ogni dubbio.
La seconda domanda, “come leggi?”, in greco anaginṓskō (= leggere, conoscere bene, riconoscere, recitare) indica anche la lettura liturgica, con riferimento alla recita quotidiana dello «Shema’», la preghiera che esprime il credo giudaico che ogni ebreo recitava due volte al giorno (cfr. Dt 6,4ss).
Possiamo anche tradurre per la vita “come vivi?”.
Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso»
La risposta è pronta e istantanea, tipica di chi conosce bene come uno specialista , che in modo esatto rimanda ai due precetti principali della Legge del Signore: amare Lui (Dt 6,5) e il prossimo come se stesso (Lv 19,18). La saldatura dei due passi biblici formano un solo comandamento, la cui osservanza assicura la vita eterna.
La citazione è di grande importanza perché combina l'amore di Dio (agapáō = l'amore che dona tutto di sé) all'amore del prossimo.
Avere la vita eterna è fare il bene, lasciando però che sia Dio a determinare il senso delle nostre relazioni. Se non abbiamo la coscienza che la carità “c’entra” col nostro rapporto con Dio e con gli altri, essa rimane un qualcosa per il tempo libero. Essa invece è una forma del comandamento di Dio e della vita autentica dell’uomo. La carità è il senso e la méta di ogni giorno:
Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai».
Gesù impiega lo stesso verbo (poiéō) usato dallo scriba nel porre la questione, ma mentre questi usa il participio aoristo Gesù usa l'imperativo presente per indicare la continuità e la lunga durata del precetto, da osservare non sporadicamente ma sempre.

La parola di Gesù è inequivocabile. Ci invita ad abbattere le barriere e gli steccati che frapponiamo tra noi e tanti altri che secondo i nostri gretti giudizi non meritano di stare a contatto con noi o di essere aiutati da noi. L’amore verso il prossimo non ha confini, del resto, “I confini dell’anima non li puoi trovare andando, pur se percorri ogni strada: così profondo essa ha il logos” (Eraclito). Per questo, l’amore verso il prossimo non deve essere grettamente calcolato secondo i nostri parametri umani. Altrimenti, anche se crediamo di essere cristiani, non lo siamo per niente.
v. 29: Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 
In greco è usata una parola che vuol dire "vicino". Vicino può essere un avverbio; con davanti un articolo diventa un sostantivo: il vicino, il prossimo. Se non ha l’articolo può diventare preposizione, per esempio: vicino ad uno, vicino a...
Il dottore della legge dice: “chi è vicino a me”? Qual è il senso di questa domanda? È come se dicesse: “È vero che bisogna amare Dio e il prossimo; io sono disposto a tutto; ho capito, lo so, lo insegno da tanto tempo, questo è il mio mestiere, la mia professione, la mia specialità: amare Dio e amare il prossimo.
Anche noi tante volte, pur avendo delle buone intenzioni, cerchiamo di giustificarci. Non sappiamo come identificare il nostro prossimo ma al contempo siamo disponibili, proclamiamo una generosità che però fatica a diventare atteggiamento stabile. Ed è per questo che Gesù narra la parabola: per strutturare il nostro desiderio, per rendere stabili le nostre intenzioni, per dare competenza alle nostre iniziative, per aiutarci a non essere dei pressappochisti della carità.
Gesù narra se stesso come parabola perché nessuno possa dire: non lo sapevo. Noi pensiamo: a me chi è vicino? A me chi pensa? Di me chi si prende cura? Chi mi sta dietro”? È questo il problema; la parabola, infatti, va proprio in questa direzione: chi si è avvicinato? Chi è vicino a me? Se il comandamento di Dio può apparire come una legge esterna, la storia di Gesù lo precisa in una figura personale.
v. 30: Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 
Da questo versetto inizia la parabola. Chi è costui che scende da Gerusalemme a Gerico? Di tutti gli altri personaggi ci viene indicata l’identità o il ruolo, di questo personaggio non ci viene detto nulla, soltanto "un uomo" e nient'altro.
Non per caso! È necessario che questo uomo non abbia qualifiche e non deve avere qualifiche perché le qualifiche qui non contano. Non è che la parabola funziona solo se questo uomo ha alcune caratteristiche. Quali siano le sue caratteristiche è assolutamente indifferente! Per questo l’uomo non viene descritto, perché Gesù sta raccontando la vicenda di ogni uomo e donna che camminano in questo mondo. Ogni uomo è portatore di un bisogno, ogni uomo è destinatario della nostra azione. Una cosa però sappiamo: stava tornando da Gerusalemme ed era diretto a Gerico. Cioè, sta andando nella direzione opposta di Gesù. È un uomo che ha sbagliato strada. Gesù sta andando verso Gerusalemme e l’uomo sta andando verso Gerico, in direzione opposta.
Un’altra cosa, al termine del versetto, si dice di quest’uomo: è "mezzo morto", è nel crinale tra la vita e la morte. Forse può vivere, forse morirà, è lì sospeso a metà; vive ma non possiede una vita sicura rischia di morire. Per lui c’è ancora speranza ed è in quella sottile linea di divisione tra vita e morte.
È la situazione in cui tutti ci possiamo ritrovare, compreso il dottore della legge, imbrigliati in situazioni difficili dove non ci si può più sollevare.
vv. 31-32: un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 
Di fronte alla carità a volte anche noi ci facciamo dei falsi alibi, persino rivestiti di una giustificazione religiosa, come è successo al sacerdote e al levita: essi contrappongono il loro servizio religioso e il culto all’esercizio della carità. Non si accorgono che il culto a Dio è riferito alla comunione con Dio e con gli uomini: culto e carità sono un segno, che in modo diverso costruisce l’unica comunione.
I due evitano il ferito; non si sa il motivo… l’evangelista non lo descrive forse addirittura per obbedienza alla Legge: se infatti il ferito fosse già morto, toccarlo significherebbe cadere in una forma di impurità che la Legge ebraica vietava. 
La parabola contesta le false alternative tra Dio e l’uomo, tra azione e contemplazione, tra preghiera e impegno. Pur nella diversità delle vocazioni l’armonia tra parola e gesto deve sempre essere presente. Ci deve essere equilibrio tra il momento in cui si riconosce la priorità e l’assolutezza di Dio nel culto e nella contemplazione orante e il momento in cui questa assolutezza si fa carne e storia nel riconoscimento dell’altro.
Anche noi "passiamo oltre" quando la necessità della vita cristiana è solo un ripiegamento su di sé, o la religione è solo uno strumento di affermazione, o ancora quando il nostro servizio è solo una forma di gratificazione che non ha stabilità, che è solo efficientismo.Proseguendo sulla nostra strada evitiamo la sfida della carità che chiede di istruirci sul mistero di Dio e sul nostro rapporto con gli altri.
vv. 33-34: Invece un Samaritano, che era in viaggio… 
Da questo punto la parabola comincia ad assumere un'altro volto. Passa un sacerdote; passa un levita, passa un terzo personaggio: uno straniero. È un samaritano, uno di fede imperfetta, se non addirittura un nemico. I samaritani non appartenevano neppure pienamente al popolo di Dio: eppure proprio un samaritano riconosce l’uomo nel bisogno e si china su di lui.
Il Samaritano era in viaggio: questo è il viaggio nel senso forte del termine. Il salmo 84 dice: “Beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio”. È il viaggio della salita a Gerusalemme. E qui c’è un samaritano, unico che va controcorrente, che sale. Il Samaritano rappresenta Gesù, è lui il viandante che sale a Gerusalemme.
passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 
In greco, il verbo “si commosse” è il medesimo con cui si indica la commozione profonda di Gesù a Nain o quella del padre del figlio prodigo nel vedere il figlio tornare a casa. Ecco l’essenziale: chi soccorre il povero si è identificato con l’atteggiamento di Gesù e di Dio, ha capito chi è Dio.
gli si fece vicino.
Qualcuno si fa vicino, fascia le ferite versandovi olio e vino; poi carica il malcapitato sulla sua cavalcatura, lo porta in un albergo e si prende cura di lui.
Questi sono i gesti di compassione e di vicinanza del samaritano. Il provare profonda emozione, il chinarsi, il portare in braccio, il curare e fasciare le ferite ricordano alcuni indimenticabili passi di Osea sull’amore di Dio verso Israele. L’amore di Dio è il centro della legge, ma amarlo vuol dire lasciarsi plasmare da lui fino a far diventare la propria vita una trasparente immagine del chinarsi misericordioso di Dio sulle sue creature.
v. 35: Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». 
Anche in questo versetto ricordiamo i gesti dell’azione divina. C’è un sovrappiù della carità di Gesù: egli pensa anche al dopo. C’è una caparra e c’è una promessa. Si apre lo spazio e il tempo della nostra libertà in attesa del suo ritorno. È questo il tempo della nostra carità, della possibilità che ci è data di trascrivere la figura del buon samaritano. Il riferimento è alla carità pasquale di Gesù, nella consapevolezza che la "differenza" della carità di Gesù non è un freno ma è la sorgente della nostra missione.
Tutte le forme, piccole o grandi, in cui molti esprimono la loro dedizione, sia nel gesto volontario, sia nella dedizione con cui svolgono il loro lavoro quotidiano, sono frammenti preziosi che alludono all'insuperabile ricchezza del gesto pasquale. Bisogna quindi saper guardare con gli occhi e il cuore di Dio per riconoscere il bisogno e il bisognoso, e fermarsi per servirli. Siamo chiamati a riconoscere l’origine del nostro agire: il nostro operare si fonda nella carità di Dio, che vuole che ogni uomo viva una vita piena. Per questo occorre che l’uomo sia strappato al suo bisogno e sia posto nella condizione di scegliere liberamente per il bene.
v. 36: Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Gesù ha capovolto dunque la domanda iniziale: la questione vera non è chi è il prossimo, ma chi si è fatto prossimo. Spinge il dottore della legge a partire da un preciso punto di osservazione: a partire dalla situazione dello sventurato. La prossimità non è una situazione, una persona, un fatto ma è una relazione da istituire. Trovare il prossimo significa farsi prossimo, leggere e scegliere i tempi, i momenti, le persone della carità.
Il dottore della legge viene invitato a prendere posizione a sua volta, ma non dalla parte di chi può fare del bene, bensì di chi è nella sventura. Solo dopo potrà operare da prossimo. Solo così ci si introduce seriamente nel concetto di prossimità. Non si può definire il prossimo a partire da se stessi. Gesù fa notare che la carità non è solo un fare ma è un capire, è scegliere: ci vuole una intelligenza della carità.
La carità chiede testa e cuore, chiede di comprendere le cause senza fermarsi solo a tamponare gli effetti.Ci vuole quindi una carità che comprende, che non dà tutto oggi, perché anche il domani ha bisogno di te.
v. 37: Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così». 
La parola compassione ("patire con") non è l'elemosina di chi è qualcosa verso chi non è nessuno, ma è il vivere insieme la passione della (o per la) vita. Infatti, la sua etimologia ci spinge a sentire dispiacere o male altrui, quasi se soffrissimo noi. Lo scriba questo l’ha inteso bene! Gesù quindi conferma la sua risposta e lo invita a fare altrettanto. La carità è missione, è invio, è un riprendere le orme di Cristo Gesù nella quotidianità. 
Per fare questo Gesù chiede tempo, vuole disponibilità totale, spinge a lavorare ad un progetto comune, ad entrare in una storia, in un stabilità di vita. Questa è la vita eterna: fare lo stesso tragitto che ha scritto Gesù, abitare il luogo della nostra infermità.

La Parola illumina la vita
Anche io, come il dottore della legge: come posso io entrare nella vita, come si entra nel Regno? Come posso io mettermi in cammino su questa strada che mi conduce a Gerusalemme e non a Gerico?
Ma io, come entro nel gaudio eterno? Come eredito la vita?
Che cosa ti spinge nell'offrire amore al prossimo? Il bisogno di amare ed essere amato, o la compassione e l'amore di Cristo?

Pregare
Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché seguiate le sue orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
oltraggiato non rispondeva con oltraggi,
e soffrendo non minacciava vendetta.
ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati sul suo corpo sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato
vivessimo per la giustizia
dalle sue piaghe siete stati guariti. (1Pt 2,21-24).

Contemplare-agire
Abbandoniamoci all'azione dello Spirito Santo per aderire col cuore e la mente al Signore che con la sua Parola ci trasforma in persone nuove che compiono sempre il suo volere. "Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica" (Gv 13, 17).